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English Version

09 Marzo – 30
Aprile 2004
orario: dal martedì al sabato 11 – 19 escluso festivi
Le prime sculture in bronzo di Barceló che conosco risalgono al
1991, ed erano prevalentemente di piccolo formato, ispirate alle
impressioni riportate dall’artista durante il suo primo viaggio nel
Mali nel 1988. Un secondo gruppo di sculture fu eseguito nel 1993 e
i bronzi furono realizzati dal fonditore Clementi, non lontano da
Parigi. Sopa II e Tête de Cochon sur Colonne appartengono a questo
consistente gruppo di opere. C’è una connessione tra i soggetti di
questi due lavori. Nella fattoria di Barceló, situata sulla costa
settentrionale dell'isola di Majorca, ogni autunno si svolge una
Mattanza, tutta incentrata sul massacro proibito di un maiale. Sopa
II è la seconda versione dello stesso tema, quello della zuppa. È
simile a Sopa I, lavoro non presente in questa mostra, dal quale si
differenzia per l’aggiunta di un grosso mestolo. Questa scultura è
tematicamente affine al dipinto Sopa Marina, 1984, che raffigura un
cerchio d’acqua azzurra al centro del quale è incollato un bastone
di legno rosso che va fino al bordo superiore dell’opera. Sopa II
ricorda anche il turbolento vortice di sangue, interiora e cibo di
lavori più recenti, quali ad esempio Gran Animal Europeu, 1991, e
De Rerum Natura, 1992, ed è perciò naturale associare Sopa II anche
alla Mattanza annuale, che ha fornito senza ombra di dubbio
l’ispirazione per lo sviluppo di Tête de Cochon. È un’associazione
che non riesco a togliermi dalla mente, nonostante l'aspetto più
vegetariano di Sopa II.
Tutte le altre sculture in questo catalogo, ad eccezione di
Autoportrait sur Pichet, derivano da modelli ricavati dalla
ceramica. Contrariamente a Sopa II, il cui modello originale era in
gesso, e Tête de Cochon, che nasce dalla combinazione di gesso e
objet trouvé, i modelli di queste sculture sono realizzati da vasi
in ceramica manipolati da Barceló prima della loro essicazione.
Ancora una volta è interessante confrontare le sculture con i
dipinti realizzati nel corso della seconda metà degli anni Novanta.
In quel periodo l’artista utilizzava come supporto tele
pesantemente ed irregolarmente ondulate. Barceló sbroglia la
disordinata disposizione di ondulazioni e grinze della superficie
organizzando intuitivamente e con uno sforzo apparentemente minimo
le forme che daranno vita al dipinto. Questa sorta di interazione
con il lavoro è visibile anche in questi bronzi. Un vaso rotto,
quando cade a terra, è per l’artista una massa non del tutto
amorfa, che grazie ad una serie di tocchi sapienti può essere
rianimata e prendere una forma altamente suggestiva, che va dai
teschi di Cap Petit damunt Cap Gran alla pelle incavata della testa
di un elefante di Crani Gran.
In due sculture, Dos Caps d’Animals Llargs e Aufabia am Cap, la(e)
testa(e) poggia(no) su quello che è chiaramente un vaso di ceramica
messo al contrario, con diverse frastagliature e protuberanze che
ricordano particolari zoomorfi e biomorfi quali fichi ammuffiti o
buchi scavati dai conigli nella terra. Da notare che a partire dal
1996 l’artista ha realizzato un copioso numero di ceramiche, spesso
dipinte, grandi circa un metro e mezzo, che sono opere d’arte a
pieno diritto.
Nessuna visione della vita sarebbe completa senza un po'
d’umorismo. Autoportrait sur Pichet è proprio questo. Pare che in
origine la testa di gesso fosse stata messa ad asciugare sulla
caraffa e che all'artista fosse piaciuta così tanto da decidere di
lasciarla lì. Mi è capitato di vedere questa scultura sulla caraffa
con una cravatta intorno al collo e di trovarla piuttosto elegante.
È un altro esempio della facilità con cui Barceló, perseguendo la
propria arte, utilizzi oggetti in modo a volte noncurante, ma
sempre autorevole.
Caramull de Caps amb Pinocchio ci ricorda un'altra scultura che non
è presente in questa mostra, Pinocchio Mort. In Caramull Barceló
unisce due racconti, quello dei Musicanti di Brema e quello di
Pinocchio a cui cresce il naso ogni volta che racconta una bugia.
In Caramull l’artista mescola il destino di questi personaggi
immaginari dopo che la loro storia è finita, la conclusione logica
del loro passaggio attraverso il tempo immortalata nel bronzo.
Luca
Marenzi
Londra,
Febbraio 2004
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